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Impressioni di settembre

Settembre è stato un oceano di parole. Parole dette, non dette, vagamente pensate, ascoltate, lette o solo sognate.
Settembre è stato una pioggia di virgole, una grandinata di punti e una nevicata di asterischi. Un susseguirsi di fredda grammatica della vita, intrappolata nella routine silenziosa sotto una lente d’ingrandimento.
Settembre è stato una presa di coscienza, capire che per fortuna non sono stati inculcati in me tutti quei preconcetti, quei luoghi comuni che sono i pilastri dell’esistenza della gran parte delle persone.
Settembre è stato il mese delle porte chiuse in faccia, dei portoni spalancati e della vecchia casa disabitata che viene ristrutturata, su basi nuove, sempre le stesse, ma nuove. Fondamente confuse, che profumano di passato, di futuro e di ignoto.
Settembre è stato i miei occhi, la mia bocca, il mio naso e le mie orecchie. Ho assaporato gli eventi attraverso il suo velo autunnale, ho visto la vita scorrere, perdersi e ritrovarsi dopo gli ultimi resti di un’estate che doveva cambiare tutto e invece ha fossilizzato le situazioni.
Settembre è stato Giorgia, è stato me. Senza capo nè coda, illuso, confuso, ansioso e uggioso.
Giorgia è stata settembre: un bilancio, un’impressione, un’idea.

il nodo del disordine

Nella mia camera c’è un disordine inaudito. Non sono una persona disordinata, anzi, ma ogni volta che io non sono tranquilla e completamente serena il mio stato mentale si traduce in qualcosa di fisicamente tangibile come, in questo caso, il disordine. Ovviamente la maggior parte della popolazione mondiale direbbe che la stanza è ordinata e a parte due o tre cose messe a casaccio non c’è niente che non vada, ma un occhio esperto come il mio “sgama” subito cosa c’è al posto sbagliato. Comincio dai libri: quelli che ho preso o letto per ultimi sono messi alla fine della fila sulla mensola e non seguono l’ordine che avevano prima. Alcuni cavetti usb (che no, non ho usato per tentare lo strangolamento) e cuffiette dell’ipod sul comodino accanto a “Il grande Gatsby” che per la millesima sera di fila non ho voluto finire. Il libro per l’esame sulla scrivania, chiuso, ma con evidenziatori e matite sparpagliati sul piano. L’immagine non rassenta un’irreprensibile studentessa IN sede ma non potendo mettere materialmente ordine nella mia testa lascio tutto così, perchè forzare le cose non è giusto. E’ come un nodo: il nodo va sciolto, non tagliato, perchè tagliandolo il vero legame si spezza e si presuppone un nuovo nodo, un nuovo filo, tante volte un inizio diverso. La risposta è in me ma anche di fronte a me. Nel momento in cui senza nemmeno pensarci ristabilirò un ordine nelle cose allora avrò la mia risposta.
(Sono consapevole che questo discorso sa di “acqua calda per l’anima” ma l’autoconvincimento a volte serve, specialmente alle 2 di notte quando la testa frulla i pensieri e cerca d’imporli al posto del sonno.)

il posto sbagliato

“La verità è che ovunque uno scelga di essere, è sempre nel posto sbagliato.” (C. Palahniuk)
In questo periodo mi sono soffermata spesso su questa cosa, ad essere dove non dovrei, e quasi sempre mi son detta che ero lontano da dove forse “sarei servita” o dove sarei stata a mio agio… Non ho un’etichetta con cui la gente mi può spostare e catalogare a proprio piacimento e la ritengo una fortuna ma a volte mi chiedo se avendola, magari, potrei vivere meno questa sorta di disagio. Nella mia città, come credo in tutte, ci sono zone, locali, punti della stessa via che condizionano l’esistenza di molte persone che ovviamente sono per lo più ragazzini. C’è la piazza “degli alternativi”, ci sono i portici per quelli che se la tirano perchè hanno queste o quelle scarpe o determinati vestiti, c’è il posto vicino al museo dove stanziano i metallari, le scale del teatro dove stanno quelli un po’ più zotici (ehm, per esser cortesi, qui il vocabolo che usano è un altro…), la chiesa che il sabato sera diventa il teatro delle sbronze… Insomma se non appartieni a queste cerchie o a poche altre… Non esisti. Dall’alto della mia imperscrutabilità a riguardo posso garantirvi che pur non facendo parte di nessuno di questi circoli esclusivi esisto. Ho sempre detestato le classificazioni e robe così ma forse oggi se ne avessi fatto parte avrei qualcosa alla quale attaccarmi nei momenti come quello che ho vissuto oggi. Non si tratta di avere o non avere amici, perchè quelli li ho nonostante spesso ne depenni qualcuno, ma quando le cose cambiano e tu rimani dietro beh è, credo, normale chiedersi se appartenere a qualcosa di più grande magari avrebbe potuto essere diverso.
In questa “era” della mia esistenza mi sento la macchietta della situazione, la Lizzie Bennet senza Darcy, la persona da compatire, quella che s’innamora della persona occupata, sbagliata o che semplicemente non ricambia. Cerco sempre di migliorare, di non risultare un abominio alla vista ottenendo risultati decenti, cerco di leggere, informarmi, sapere, conoscere tutte le cose fino in fondo per non sembrare una cretina o una capra. Sono molto ironica, autoironica, amo scherzare ed essere seria nel momento opportuno ma nonostante tutto rimango Lizzie, in disparte, con un libro o con l’ipod e una valanga di occasioni bruciate dal destino. Ogni mattina mi sveglio con buone intenzioni e voglia di fare ma puntualmente queste muoiono a pochi passi dal cuscino perchè, nonostante ci sia anche fin troppa gente vicina a me, mi sento incredibilmente sola, sola di quella solitudine che non dipende dai tuoi cari ma da quell’unica persona che non sai se esiste o meno ma di cui senti la mancanza ad ogni respiro.