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il tempo e il suono

Risuoni nei giorni, nelle ore, negli attimi, e il tuo suono, nuovo, sconosciuto, riempe l’eco delle mie giornate.

parole impolverate

Tra una lettera e l’altra, tra la penna e il foglio, tra i pensieri, tra i colori, dentro un foglio accartocciato. Per tanto tempo avevano preso polvere. Non volevano saperne di mostrarsi al mondo, eppure erano presenti. Il tempo le aveva costrette nell’immobilità. La tristezza ne aveva fatte scappare molte. Le poche rimaste avevano deciso di non uscire allo scoperto senza motivo, attendevano il momento giusto nascoste da un cumulo di pensieri. L’esperienza le aveva portate a capire che mostrarsi in un momento non adatto sortiva effetti devastanti: le temerarie sparivano, le superstiti venivano bloccate dalla paura e vivevano nell’attesa di qualcuno che le potesse salvare e tirare via da quel posto. Poteva essere qualcuno, qualcosa, un momento.  Accadde, così. Una domenica, quando il sole sgomitava tra le nuvole grigie, le lettere si avvicinarono, la penna baciò il foglio, i pensieri si misero in ordine, i colori cominciarono ad avere un senso e una mano prese dal cestino il foglio accartocciato per leggerne il contenuto. Le parole smisero di prendere polvere e uscirono allo scoperto.

Foglietto illustrativo

Sono ben tre giorni che penso a questo post e son tre giorni che rimando. Ecco un mio talento: son bravissima a rimandare. Adesso ho deciso che il momento è proprizio; vi delizierò con un delle immagini che parlano di me. Non sono foto della mia faccia nè di altri miei organi, sono foto di oggetti banali che dietro hanno un significato più o meno profondo nella mia vita/storia/quellochevoletevoi. Cominciamo.
Questo è il mio moleskine, non uno qualunque ma il mio, sul mio letto. Non solo nero, non solo me, ma anche un po’ di quella me che si trova tra le righe, sul cuoricino rosa che non sembrerebbe da me, che ho apposto un po’ come speranza, come monito. Le pagine di questa sorta di “diario” sono macchiate di gioia, di felicità, piccole vittorie e altre hanno un po’ subito la furia umida delle lacrime. Una volta mi capitava di prendere e scrivere solo quando si palesava a me quella forma acerba di “male di vivere”, di tristezza, rabbia, solitudine che mi rimbombava in testa. Solo dopo ho capito che la via giusta era scrivere sempre, ogni volta, per creare una breccia in quel sentirmi sola, per ritrovarmi, in compagnia delle parole. Non dimenticherò mai il giorno in cui comprai il moleskine, in libreria, sotto una pila di libri per l’estate, il giorno dopo aver concluso gli esami di stato.  C’è tutto, ogni dettaglio più intimo che abbia accarezzato i miei pensieri, pensieri che mai nessuno ha letto.
Il tempo. Ore, minuti, secondi. Vivo il tempo in maniera del tutto personale e amo aver presente sempre che momento io stia vivendo, cosa che si è tradotta in una fissazione per gli orologi. Questo qui in in particolare “l’ho ereditato” dai miei genitori, sembra enorme ma non lo è, è solo un po’ strano. E’ l’orologio che mio padre regalò a mia madre quando ancora non erano nemmeno fidanzati e che loro hanno regalato a me quando ho fatto 20 anni (dopo non poche mie pressioni psicologiche) con un bigliettino che ovviamente non getterò mai: “con la speranza che tu non perda mai il tuo tempo… e con la speranza che tu riesca ad essere volontariamente non puntuale…”. Ovviamente per chi non mi conosce sembra che i miei genitori siano perfetti idioti ma in realtà il pensiero è per una come me, sempre puntuale ma che aspetta sempre gli altri; è la storia della mia vita. Una vita di attese e “solitudini immeritate” citando Benni.
La famosa sciarpa arcobaleno. Mia fedele compagna d’inverni, mia amica nei giorni d’allegria e alleata contro gli sguardi un po’ in bianco e nero della gente. Banalmente potrei dire che rappresenta la mia passione per le sciarpe ma in realtà rappresenta molto di più: per me è l’inverno, il freddo che amo e non temo, la ricerca del calore e bellissimi ricordi. Ricordi fiorentini, del mese dopo i miei 18 anni, del mio primo viaggio da sola in una città bellissima e di cui sono profondamente innamorata. Il concerto degli Oasis, la mia migliore amica, il mio primo viaggio in aereo e i mille colori di quell’anno speciale, l’anno della mia svolta, l’anno in cui mi sono dimostrata una persona forte, dopo la fine del mio primo e unico amore. Una sciarpa, probabilmente made in Chissàchepaese, forse infantile, forse troppo vistosa ma che fa parte della mia “bardatura” emotiva.
Sempre per la serie “foto che sembrano fatte a tutte le prime cose che hai visto attorno a te” vi presento i miei passi. Queste scarpe, consumate, vecchie, rotte, sporche e che mia madre ha tentato più volte di buttare nella spazzatura, sono state in tutti sensi i miei passi. Loro c’erano il giorno che ho visto il mio ex moroso la prima volta, quando invece di buttarmi tra le sue braccia gli diedi la mano per la timidezza che mi aveva liquefatto i neuroni, c’erano a Firenze, c’erano a Londra, c’erano a Parigi, c’erano ai miei esami di stato, all’esame che non passavo mai ma che poi ho passato, quando son salita su un bus a casaccio solo con l’ipod e il moleskine quando volevo staccare da tutto. Mi ricordano quanto strada ho fatto e quanta ancora me ne manca, che una volta fatta una scelta non si torna indietro ma al massimo si cambia strada e che la via più breve non è mai quella giusta. Lo so, è assurdo che io possa pensare a queste robe quando guardo un paio di scarpe che hanno fatto veramente anche la guerra del 15-18, ma l’immaginazione, o qualunque cosa voi vogliate attribuirmi, “galoppa”.
Ultima ma non meno importante la mia libreria, o meglio un pezzo di una delle due librerie. L’angolo non è scelto a caso, ovviamente. Ci sono i dvd di alcuni dei miei film preferiti che mi son fatta regalare o che mi hanno regalato nel corso del tempo, i libri di Harry Potter che hanno meritato uno scaffale tutto per loro e sono orgogliosamente in bella mostra dal momento che hanno segnato una fase importante della mia “vita da lettrice”, alcuni dei miei manga (quelli che mi son rimasti, visto che quelli più belli li ho persi nel trasloco, vedi Evangelion, vedi Paradise Kiss e non sto qui a continuare o mi sale la bile al cervello…), Le Cronache di Narnia che non sono mai riuscita a finire, una targhetta di legno comprata quando ero una mocciosetta di 13 anni in Puglia con la scuola al ritorno da un viaggio di 6 giorni traumatici in Grecia e poi giù alcuni dei libri che mi son piaciuti di più… Insomma rappresenta la me lettrice, quella che si vuole informare, conoscere, quella curiosa, quella che si annota le citazioni, la me che sogna e si nasconde dietro il segnalibro con la rana o dietro quello con la coccinella.
Potevo essere più lunga e più precisa ma esserlo per me comporta uno sforzo non indifferente che non sarei capace di compiere qui, così, davanti a tutti, per cui accontentatevi di queste cinque (ma in realtà di più) cose che ho voluto condividere in modo tale che possiate capire certe mie frasi, certe allusioni e perchè no, qualcosa di me. Un foglietto illustrativo (e illustrato) su Giorgia, un insolito miscuglio di caffeina e valeriana.

Guardiamoci.

La maggior parte della gente non vuole ammettere che la prima cosa che si nota in una persona è, inevitabilmente, l’estetica. Vi ricorderete sicuramente di un ragazzo con i capelli rosa che avete visto per strada piuttosto che di un altro essere umano più anonimo, più normale, nè bello nè brutto. Non mi dite che anche qui, su internet, non vi capita di guardare anche quei pochi pixel accanto al nome, a “followare” la bellona di turno. E’ normale, è il nostro istinto suppongo. Ammetto con candore che, pur non ritenendomi superficiale, una persona (badate bene: con cui non ho mai avuto modo di interagire e quindi parlarci mai con nessun mezzo) a me rimane impressa per la sua esteriorità, è inevitabile, fisiologico. Se una persona “non dice niente” rimane anonima, la potrai incontrare tra cento anni ma non ricorderai mai d’averla vista.
Per quanto mi riguarda voglio porvi la questione da due prospettive diverse: guardare ed essere guardati, e ricordate che è guardare, non vedere.
Partiamo con il guardare. Sono purtroppo un’attenta osservatrice, ricordo i dettagli perchè secondo me son quelli che rendono una persona degna d’essere ricordata. Immagino il suo modo di parlare, la gestualità e di solito indovino sempre se una persona ha una voce sottile, il “vocione”, se gesticola molto o altre idiozie del caso. Tutto questo da un’occhiata attenta. E’ assurdo lo so, ma se qualcuno mi colpisce tutto questo viene da sè, in modo automatico e non posso fermarmi. E’ uno dei risvolti negativi dell’avere  troppa immaginazione (o demenza senile in stadio avanzato).
Essere guardata. Mmmmh, non ne faccio un mistero che non mi sento bella, carina, un tipo o tutte quelle cose che si dicono in genere. Mi ritengo non-brutta ma certamente non una bellezza. Ho un viso fin troppo espressivo, trasparente, tanto che la gente spesso mi legge dentro. Due enormi occhi scuri che uso tantissimo, involontariamente, per comunicare, fossette quando rido, bocca sproporzionata (forse perchè parlo troppo), naso da canadese uscita male… In definitiva non mi stimo molto da questo punto di vista ed è per questo che quando ricevo un complimento rispondo cose come “visita neurologica” o “visita oculistica”. Sarà per questo che rimarrò forever alone, non piacerò mai a nessuno se non piaccio nemmeno a me, è la regola. Nessuno fa complimenti ad una sclerata che non ringrazia per un complimento ma che ti fa passare per orbo o per schizzofrenico, lo capisco. Per questo detesto essere “guardata”, non che abbia questa fila di stalker sotto casa, ma è capitato, soprattutto nell’ultimo periodo… Gli standard mondiali si sono abbassati evidentemente, che pena.

Decervellamento da sintonia mentale

Come faccio a capire se una persona mi piace? In che modo capisco se non è un’infatuazione del momento? Perchè m’interesso a persone che non ho mai visto?
Il mio cervello è stanco, stremato e non ce la fa più. Sono giorni che sono perennemente distratta da queste domande che, chiaramente, non hanno risposte che vanno ricercate in alcun manuale. Non riesco a studiare, non riesco a concentrarmi su nulla, nessun film, nessun libro, niente. Ho solo un’intensa voglia di capire se dicendo quello che mi ammorba in questi giorni il mondo mi prenderà per folle e mi farà rinchiudere.
Sono strana, ok, si era capito. Personalmente mi ritengo piacevolmente strana, nel senso che non ho feticci o abitudini strane che farebbero rimanere di stucco anche l’uomo “più weird” del mondo, è che sono un po’ (tanto…) timida, insicura, mi piace la tranquillità, ascoltare le storie altrui e avvicinarmi specialmente alla gente che ha molto da insegnarmi o comunque molto simile a me e (unicamente con i miei amici) essere una delle persone più solari e spiritose del mondo. Per farvi un esempio banale: se domani dovessero fare un raduno con la gente con cui parlo ogni santo giorno su twitter, probabilmente, passerei per un’idiota senza il dono della parola perchè ci metto un po’ a carburare, è come se volessi aspettare di percepire d’essere stata accetata. Idiota, lo so. Tutto questo era per dire che tra le mie stranezze c’è anche quella d’avere la convinzione che per piacere a qualcuno ci sia bisogno di una sintonia, prima di tutto, mentale. Questa non si traduce nel dover pensare le stesse cose ma almeno avere gli stessi interessi, avere qualcosa di cui parlare, discutere ecc ecc. Io non potrei mai entrare in sintonia con una persona che non s’interessa al mondo circostante in alcun modo e che quindi non legga, non s’informi o non sia interessato alle arti, non ci riuscirei. Forse è una cosa assurda e in un certo senso “classista” (inteso non letteralmente…) ma vivo in una famiglia felice, nella quale i miei genitori hanno basato il loro rapporto sulle loro diversità caratteriali e di background ma anche su interessi comuni che a distanza di 30 anni riescono a tenere in vita un interesse reciproco e una delle più belle storie d’amore che io conosca.
Il mio unico ex moroso serio era molto diverso da me caratterialmente, ma la nostra storia era nata spontaneamente perchè avevamo qualche interesse in comune e su sua spinta io mi sono interessata a  campi che prima non conoscevo quasi per niente, cosa che, nonostante la rottura ci ha portato a restare comunque amici che hanno quasi ogni giorno robe di cui parlare.
Adesso mi chiedo: è giusto che io in base a interessi comuni e una parvenza gradevole sia “distratta” da qualcuno che, in definitiva, non conosco poi così tanto? Lo so che conoscere una persona non è mai una perdita di tempo ma la mia insicurezza cronica non mi concede il beneficio del lanciarmi così, senza paracadute, in questa situazione più strana di me.
Come capire? Aiutatemi voi. Ho la maturità mentale e sentimentale di un neonato appena atterrato con la cicogna.