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parole impolverate

Tra una lettera e l’altra, tra la penna e il foglio, tra i pensieri, tra i colori, dentro un foglio accartocciato. Per tanto tempo avevano preso polvere. Non volevano saperne di mostrarsi al mondo, eppure erano presenti. Il tempo le aveva costrette nell’immobilità. La tristezza ne aveva fatte scappare molte. Le poche rimaste avevano deciso di non uscire allo scoperto senza motivo, attendevano il momento giusto nascoste da un cumulo di pensieri. L’esperienza le aveva portate a capire che mostrarsi in un momento non adatto sortiva effetti devastanti: le temerarie sparivano, le superstiti venivano bloccate dalla paura e vivevano nell’attesa di qualcuno che le potesse salvare e tirare via da quel posto. Poteva essere qualcuno, qualcosa, un momento.  Accadde, così. Una domenica, quando il sole sgomitava tra le nuvole grigie, le lettere si avvicinarono, la penna baciò il foglio, i pensieri si misero in ordine, i colori cominciarono ad avere un senso e una mano prese dal cestino il foglio accartocciato per leggerne il contenuto. Le parole smisero di prendere polvere e uscirono allo scoperto.

Clavicola

Ci sono parole belle, dotate di un proprio fascino, piacevoli alla pronuncia e che racchiudono una storia. Per me una di queste parole è appunto “clavicola” che deriva dal latino clavicula, propriamente piccola chiave, e che ovviamente è l’osso che congiunge la spalla al braccio. Come in tutte le mie assurde fissazioni non c’è un perchè razionale dell’attaccamento alle parole ma in questo caso qualche spiegazione c’è. La clavicola è un osso che secondo me parla molto delle persone: ci son persone a cui non si vede proprio, gente che ha l’osso così sporgente da risultare quasi spostato totalmente in avanti, quasi come fosse una chiave messa lì, da sostituire, con una nuova, rispettivamente della persona alla quale la propria ha dischiuso le porte del cuore. E’ un’idea assurda lo so.
Nello specifico la mia clavicola destra aprì le porte del cuore del medico che mi fece nascere e che tirandomi mi ruppe la clavicola. Quella rottura ha comportato tante cose nella mia vita, dai dolori cronici che mi porterò praticamente sempre dietro a cosa più piacevoli come praticare nuoto dai 2 ai 17 anni che in teoria  dovevano sistemare il “sistemabile”. La mia clavicola è stato l’unico osso del mio apparato scheletrico a rompersi due volte: la prima volta fisicamente e la seconda idealmente. La prima, come vi ho detto, appena nata (un inizio che doveva farmi capire che la goffaggine era nel mio dna) e la seconda quando dopo aver fatto aggrappare la sua mano alla mia chiave ossea sono stata lasciata andare via, quando sono stata interrotta, quando quel congiungimento della spalla, dei pensieri, delle lacrime accolte ha smesso di parlare per un po’ con il braccio, cioè l’agire, il rimettersi in moto. Cose del passato, cose che fanno di un osso una storia.

Eco

Il post l’ho scritto ascoltando questa, ve la consiglio. Buona lettura!
In questo incessante susseguirsi di eventi, più o meno piacevoli, destreggiandosi tra un sì o un no di troppo si cresce, si va avanti, si ama, si soffre e si condivide. La condivisione. Nel mio agglomerato di eventi, purtroppo, ben poche volte ho potuto gustare a pieno la condivisone delle mie piccole vittorie, dei miei risultati, delle mie paure e dei miei piccoli-grandi dolori. Non vivo come un’eremita, ho abbastanza amici degni di essere definiti tali e una famiglia che nonostante tutto non è mai mancata;  pur essendo questo il contesto, ogni qual volta mi trovavo al confine tra me e la condivisione me ne tornavo indietro o venivo rispedita al mittente. Molte volte per timidezza, anche da bambina, non dicevo ai miei genitori che avevo preso un buon voto, o che per la prof avevo fatto un tema bellissimo, non dicevo che un gesto mi aveva fatto rimanere male ai miei amici solo per non farli parlare e così via. Non sono una persona passiva ma determinate cose vissute mi hanno portato a chiudere in me gioie e dolori di cui potevo anche fare a meno di parlare. Questo, in un certo senso, mi ha insegnato a essere veramente felice o dispiaciuta per me stessa; non per gli altri ma unicamente per me. Tutta via in tutto questo macchinoso pensiero è sempre mancato un tassello: la gioia non è realmente tale se non è condivisa, condividerla per un traguardo non è un crimine e non implica necessariamente “vantarsi”. Ho sempre sentito solo l’eco dei miei sorrisi, l’eco delle mie lacrime e l’eco del tonfo che le cose che precipitano in fondo all’anima riescono a fare. E’ una tendenza che ho sempre avuto ma che si è concretizzata quando a 13 anni circa vinsi un concorso di poesia e i miei se ne infischiarono e dimenticarono non portandomi  mai a ricevere il premio, cosa di cui non m’interessava nulla in realtà (sono allergica ai discorsi in pubblico e all’essere al centro dell’attenzione…), quando non riuscivo a decidermi sul liceo al quale iscrivermi e non sapevo con chi parlare perchè avevo già sentito le mie amiche commentare e sussurare che il liceo scientifico “non era da Giorgia”, quando mi hanno detto di essere una delusione, quando volevo mollare tutto e andare via, quando invece di aiutarmi i miei stessi migliori amici mi hanno lasciata  sola, quando stavo male male male fisicamente e anche “lui” me lo rinfacciava quasi come fosse una colpa… Ne avrei di storie da raccontare ma il vittimismo non mi è mai piaciuto e non mi appartiene. Nonostante tutto sono qui, sono andata avanti, in certi casi avrei potuto far meglio ma mi ritengo una persona che se l’è cavata bene, probabilmente non ancora una donna a tutti gli effetti, ma di tempo ne ho e sapere cosa dover fare è già un buon punto di partenza. Certo, ancora mi do della stupida da sola e uso come infantile meccanismo di autodifesa quello del buttarmi giù e insultarmi ferocemente perchè ho quasi timore che lo faranno prima gli altri, ma ci sto lavorando e (non ditelo troppo in giro…) sto seriamente migliorando. Tornando al tortuoso discorso di prima, la condivisione. E’ questo che mi manca, che mi è mancato quasi sempre. Vorrei imparare, vorrei trovare le persone giuste e il modo di farlo bene con quelle che già costellano la mia esistenza. Vorrei qualcuno che mi dicesse “mollo tutto e parliamo”, qualcuno che finalmente riesca a trovare le istruzioni per leggermi dentro.

il cristallo difficile

Sono un cristallo tra milioni di cristalli.
Non vedo mai altro che la luce riflessa su quel bancone. Sto stretta, a volte ho i miei spazzi ma sono momenti brevi; vorrei uscire da questo enorme caos, gettarmi nel mondo.
Ecco qui, succede di nuovo. Un terremoto. Una grande mano cerca di pescare il mio universo, lo scuote, lo agita ma poi si ferma, come sempre. Continuò così per molto tempo, fin quando non capì che il mio universo veniva scosso solo per errore, per distrazione, per non curanza, per sonno e forse perchè la vita frenetica di oggi non da il tempo di fermarsi, capire e gustare la vera dolcezza.
Il mio microcosmo è sempre quello sbagliato.
Assistevo a quel rito, ogni mattina, ogni volta dopo pranzo, nel pomeriggio e a volte se ero sfortunata anche di sera. Ciò che non cambiava mai era il fatto che il mio piccolo universo, per quanto carino, per quanto vero e gustoso non era mai il prescelto per quella miscela scura di emozioni.
E’ più facile scegliere qualcosa che dia la sensazione immediata di quello che cerchi ma che non è altro che finzione. E’ facile.
Io sono difficile. Non sono il dolcificante.
Solo la bustina di zucchero che scarti sempre prima del tuo caffè.

Non tutto è perduto

Lo sai che mi sta succedendo? Ti è mai capitato di essere salda in un punto fisicamente ma non mentalmente? Io adesso sono così. Sono qui, sono a casa mia, sono sul mio letto a scriverti ma sento la mia testa altrove, a viaggiare ad una velocità superiore a quella del mio corpo e a infarcirsi di pensieri futuri nati da idee improbabili, da progetti che forse non vedranno mai la luce e rimarranno sempre tali. Nella mia testa sono stata in così tanti posti, ho letto così tanto, ho scritto oceani e ascoltato tutti i concerti della natura. Poi però afferro la mia clavicola e mi ancoro di nuovo a terra, di nuovo al presente perchè per quanto noioso sia è quello che deve essere vissuto, magari come un preludio della più completa felicità, chi lo sa. Per felicità intendo quella vera, non quella che nasce e muore nello scoppio di un secondo che quasi tutti viviamo ogni giorno anche per motivazioni banali, io ti parlo di quella che nasce dallo scoprirsi grazie a occhi diversi da quelli riflessi nello specchio, da occhi che non conosci, che devi ancora incontrare e già parlano di te. Sembra che io stia vaneggiando ma è una sensazione che non so spiegarti altrimenti. Ora sto vivendo questa situazione che prima mi aveva solo confuso armata solo di un sorriso vero, forse un po’ dubbioso, come quello di chi sta per partire per una “missione” ma ha ancora un po’ di paura. Ne avrai visti tanti come me e chissà quanti ancora ne vedrai, la mia unica speranza è che tu veda quel sorriso tramutarsi nello scoppio di felicità più intenso e bello che il cielo e tutte le tue colleghe stelle ricordino. Ho fiducia in te Luna, se son andata oltre la confusione e lo sconforto iniziale forse lo devo a te che hai illuminato il sentiero forse più lungo ma più sicuro. Non tutto è perduto. Grazie per l’ennesimo ascolto amica mia, buonanotte.

Sì, in quella foto sono io. Anche se è tutta mossa e sfocata rendeva l’idea del movimento “mentale” e dell’immobilità fisica, per cui, anche se fa schifo cercate di sopportarla.

I wish I was the moon

Consiglio spassionato: leggete mentre ascoltate questa 😉

Cara amica mia,
perdonami se è molto che non mi faccio sentire, qui i pensieri nascono e muoiono ad una velocità impensabile e non ho mai tempo di appuntarli.
Tutto è apparentemente immutato, come te.
Non è vero,  immagino che tu potendomi spiare ogni sera te ne sia già accorta. Il momento esatto in cui ho cominciato a pensare a cose più assurde del solito non lo ricordo ma già da prima di partire per le vacanze mostravo segni di cedimento. E’ il mio tallone d’Achille, m’innamoro delle idee e delle idee raramente la gente come me riesce a disinnamorarsi. Vorrei scriverlo ovunque, disegnarlo con gli occhi e con l’ausilio degli astri, scolpirlo nella roccia così come nei pensieri di tutti ma non ne sarò mai capace e l’idea rimarrà tale, per sempre. La speranza è lasciata al caso perchè sai benissimo che io sono un’incapace quando si tratta di sentimenti, anche se non son sicura nemmeno che siano già così maturi. Sono frutti acerbi che non voglio cogliere prima del momento opportuno. Vivo della mia confusione, da sola, errando nei suoi pensieri che non sono mai per me. T’invidio un po’ perchè puoi osservare tutto, puoi osservare lui,  rischiarare la sua pelle tra le lenzuola e vedere il diradarsi delle preoccupazioni dal suo viso.
Non essere triste per me, la soluzione c’è sempre mia cara luna, tu cerca solo d’illuminare la strada giusta.
Buona notte amica mia.

pensiero aeriforme

Mi sento avvolta in un milione di fili, come un palloncino che cerca di volare via ma è legato al polso del suo padroncino che lo vuole sfoggiare alla festa. E’ bello rimanere ancorati alla sicurezza, senza scomporsi, apparendo indistruttibili e perfetti, ma come non tener presente il prezzo che comporta ostentare una sicurezza che non esiste? Perchè rimanere ancorati se ci sono pensieri che rendono più leggeri dell’aria? Sto facendo esattamente questo. Nascondo qualcosa che riempe la mia testa fino all’ultimo millimetro del metro dei pensieri. C’è questa matassa di fili nella quale sono impigliata che crea una confusione piacevole, nella quale mi sono accoccolata per fingere di non capire, perchè capire significherebbe agire e agire vorrebbe dire quasi certamente rimanere delusa.
Voglio continuare a essere il palloncino più bello della festa? Voglio tornare a casa dalla festa e sgonfiarmi il giorno dopo a casa, lontana da sguardi indiscreti, o voglio volare via e viaggiare insieme al vento?
Maledetto timido palloncino pieno d’elio.