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parole impolverate

Tra una lettera e l’altra, tra la penna e il foglio, tra i pensieri, tra i colori, dentro un foglio accartocciato. Per tanto tempo avevano preso polvere. Non volevano saperne di mostrarsi al mondo, eppure erano presenti. Il tempo le aveva costrette nell’immobilità. La tristezza ne aveva fatte scappare molte. Le poche rimaste avevano deciso di non uscire allo scoperto senza motivo, attendevano il momento giusto nascoste da un cumulo di pensieri. L’esperienza le aveva portate a capire che mostrarsi in un momento non adatto sortiva effetti devastanti: le temerarie sparivano, le superstiti venivano bloccate dalla paura e vivevano nell’attesa di qualcuno che le potesse salvare e tirare via da quel posto. Poteva essere qualcuno, qualcosa, un momento.  Accadde, così. Una domenica, quando il sole sgomitava tra le nuvole grigie, le lettere si avvicinarono, la penna baciò il foglio, i pensieri si misero in ordine, i colori cominciarono ad avere un senso e una mano prese dal cestino il foglio accartocciato per leggerne il contenuto. Le parole smisero di prendere polvere e uscirono allo scoperto.

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Anime specchio

Siamo tanti, tantissimi specchi.
Ogni volta che qualcuno ci si presenta davanti abbiamo due possibilità: vederci specchiati o vedere qualcosa di nuovo, di sconvolgente.
Quella novità, secondo me, rappresenta l’amore. Tra le mie tante discutibili teorie, ho pensato che la persona che amiamo, di cui c’innamoriamo e via dicendo è una sorta di specchio che riflette non quello che siamo ma bensì quello che meritiamo, che valiamo. Badate bene, così non intendo dire che siamo tutti dei piccoli Narciso in erba, bisognosi del riconoscimento altrui.
E’ anche nello  scoprire l’altra persona che scopriamo noi stessi.
Se quella persona, così perfetta, così unica, speciale, ha scelto noi un motivo ci sarà. I criteri, ovviamente, non sono esatti, non saprò mai dire con precisione perchè riusciamo ad essere sconvolti da un riflesso, come ci si fa ad innamorare di esso e perchè ma suppongo che fondamentalmente sia una questione di luce.
La luce che vediamo “nell’altro” non ha niente di speciale da un punto di vista oggettivo, semplicemente è di quella che abbiamo bisogno, è l’unico bagliore che riesce a guidarci e a indicare la via della felicità.
Questa idea delle anime specchio è probabilmente un nonsense dettato dalla stanchezza e dall’ora tarda ma è consolante pensare che ognuno di noi abbia un “riflesso” nascosto fra sei miliardi di persone che aspetta per farci vedere in che modo brilli la felicità.

Non tutto è perduto

Lo sai che mi sta succedendo? Ti è mai capitato di essere salda in un punto fisicamente ma non mentalmente? Io adesso sono così. Sono qui, sono a casa mia, sono sul mio letto a scriverti ma sento la mia testa altrove, a viaggiare ad una velocità superiore a quella del mio corpo e a infarcirsi di pensieri futuri nati da idee improbabili, da progetti che forse non vedranno mai la luce e rimarranno sempre tali. Nella mia testa sono stata in così tanti posti, ho letto così tanto, ho scritto oceani e ascoltato tutti i concerti della natura. Poi però afferro la mia clavicola e mi ancoro di nuovo a terra, di nuovo al presente perchè per quanto noioso sia è quello che deve essere vissuto, magari come un preludio della più completa felicità, chi lo sa. Per felicità intendo quella vera, non quella che nasce e muore nello scoppio di un secondo che quasi tutti viviamo ogni giorno anche per motivazioni banali, io ti parlo di quella che nasce dallo scoprirsi grazie a occhi diversi da quelli riflessi nello specchio, da occhi che non conosci, che devi ancora incontrare e già parlano di te. Sembra che io stia vaneggiando ma è una sensazione che non so spiegarti altrimenti. Ora sto vivendo questa situazione che prima mi aveva solo confuso armata solo di un sorriso vero, forse un po’ dubbioso, come quello di chi sta per partire per una “missione” ma ha ancora un po’ di paura. Ne avrai visti tanti come me e chissà quanti ancora ne vedrai, la mia unica speranza è che tu veda quel sorriso tramutarsi nello scoppio di felicità più intenso e bello che il cielo e tutte le tue colleghe stelle ricordino. Ho fiducia in te Luna, se son andata oltre la confusione e lo sconforto iniziale forse lo devo a te che hai illuminato il sentiero forse più lungo ma più sicuro. Non tutto è perduto. Grazie per l’ennesimo ascolto amica mia, buonanotte.

Sì, in quella foto sono io. Anche se è tutta mossa e sfocata rendeva l’idea del movimento “mentale” e dell’immobilità fisica, per cui, anche se fa schifo cercate di sopportarla.

I wish I was the moon

Consiglio spassionato: leggete mentre ascoltate questa 😉

Cara amica mia,
perdonami se è molto che non mi faccio sentire, qui i pensieri nascono e muoiono ad una velocità impensabile e non ho mai tempo di appuntarli.
Tutto è apparentemente immutato, come te.
Non è vero,  immagino che tu potendomi spiare ogni sera te ne sia già accorta. Il momento esatto in cui ho cominciato a pensare a cose più assurde del solito non lo ricordo ma già da prima di partire per le vacanze mostravo segni di cedimento. E’ il mio tallone d’Achille, m’innamoro delle idee e delle idee raramente la gente come me riesce a disinnamorarsi. Vorrei scriverlo ovunque, disegnarlo con gli occhi e con l’ausilio degli astri, scolpirlo nella roccia così come nei pensieri di tutti ma non ne sarò mai capace e l’idea rimarrà tale, per sempre. La speranza è lasciata al caso perchè sai benissimo che io sono un’incapace quando si tratta di sentimenti, anche se non son sicura nemmeno che siano già così maturi. Sono frutti acerbi che non voglio cogliere prima del momento opportuno. Vivo della mia confusione, da sola, errando nei suoi pensieri che non sono mai per me. T’invidio un po’ perchè puoi osservare tutto, puoi osservare lui,  rischiarare la sua pelle tra le lenzuola e vedere il diradarsi delle preoccupazioni dal suo viso.
Non essere triste per me, la soluzione c’è sempre mia cara luna, tu cerca solo d’illuminare la strada giusta.
Buona notte amica mia.

gli squarci

Mia madre mi guardava incredula, sapeva che non ero mai stata una persona propriamente essenziale, eppure per quel viaggio non avrei portato con me nessuna valigia, nessun pezzo di casa. Era un’avventura e come tale la volevo vivere. La mia espressione brillava di tranquillità, quella tranquillità che caratterizza i bambini prima di una caccia al tesoro: calma, pace ma al contempo anche quel brivido elettrico che percuote l’anima, la stordisce e la getta via con grazia. Ero da sola, davanti ad una sorta di enorme lenzuolo e d’istinto presi le mie uniche compagne di viaggio: le forbici. In un primo momento non sapevo a cosa mi sarebbero potute servire, non erano certamente comode vista la loro grandezza e il loro peso, erano vecchie e faticavo un po’ ad aprirle e a chiuderle, anche ne avessi avuto un reale e urgente bisogno probabilmente non sarei riuscita a usarle. Avevo sbagliato ma, anche sforzandomi, non riuscivo a capire il perchè di quelle forbici che non avevo mai visto prima. Cercai di andare oltre quel lenzuolo e non ci riuscì. Risi e pensai tra me e me di tornare indietro ma non esisteva più nessun dietro. Eravamo io, il lenzuolo e… le forbici. In un lampo di genio presi quel pesante e goffo strumento e lo infilzai nel lenzuolo che si squarciò istantaneamente. Fu così che scoprì il mistero. Quello squarciò mi condusse oltre, nell’inimmaginabile. Ero dentro un sogno, un sogno non mio, probabilmente di una giovane donna, stava preparando della cioccolata calda. Si girò verso di me e ne versò un po’ in due tazze, la ringraziai ma lei rimase in silenzio. Quando feci per prendere una delle due tazze si aprì una porta ed entrò un uomo che prese la donna tra le sue braccia e la baciò come se non avesse mai fatto altro nella sua vita. Rimasi ferma e poi feci un gesto  ma nessuno dei due sembrava notare la mia presenza, così presi una delle tazze. Fu allora che cominciarono a litigare senza motivo, a urlare, a piangere e io per ripararmi da tutte quelle parole mi spostai nell’altra stanza dove mi aspettava un lenzuolo come quello che avevo squarciato poco prima. Forbici, taglio, sogno. Così per varie volte, scontrandomi oniricamente con tantissimi sconosciuti: c’era chi aspettava Babbo Natale sotto l’albero, nascosto tra i pacchi, chi piangeva su un feretro, chi si dondolava su un’altalena… L’unica cosa che accadeva quando io m’intromettevo nei loro sogni era che tutto cambiava, mutava. Sogni felici diventavano incubi e drammi diventavano commedie a lieto fine. Dopo varie sequenze giunsi in quella che mi sembrava camera mia: c’ero io, seduta sul letto con la mia agenda e scrivevo qualcosa, sussurrai al mio orecchio se sapessi che stava succedendo, perchè mi trovavo lì e che cosa dovevo fare per smettere di viaggiare. La risposta fu immediata perchè l’altra me scomparve lasciandomi poche righe scritte su quei fogli: “Non l’hai capito? Sei tu il problema, sei tu la soluzione. Prendine atto e cambia la tua vita.” Tagliauzzai con le mie forbici quel foglio, mi svegliai: il mio lenzuolo non era squarciato, non era tutto perduto.

Manco da un po’, lo so, ma dovevo elaborare qualcosa di non orrido da scrivere. Questo è uno dei miei ultimi sogni, risale a una settimana fa più o meno e per descriverlo ho voluto prima capirlo o quantomeno interpretarlo a modo mio. “Non l’hai capito? Sei tu il problema, sei tu la soluzione. Prendine atto e cambia la tua vita.” è emblematico secondo me… Penso che tutto ciò voglia dire che dovrei prendere in mano le situazioni, non far sì che le plasmi il destino o qualcuno per me e in secondo luogo che la gran parte dei problemi che sembra si palesino davanti a me quasi come un dispetto del fato, non sono causati da nessuno se non da me stessa, dalle mie preoccupazioni e ogni tanto dall’ansia che mi assale senza alcun ritegno. Voi che ne pensate? Sono completamente irrecuperabile? E’ un’interpretazione con un minimo di senso? Sono ansiosa di ascoltare pareri esterni, non abbiate paura, per adesso non mordo! Vado solo in giro di sogno in sogno a squarciare lenzuola!

nebbia onirica

Mi guardai attorno più volte ma tutto sembrava avvolto da un sottile strato di nebbia: non avevo freddo anche se tastando sotto di me sentì qualcosa di ghiacciato, doveva essere marmo,  ero stesa su delle scale. Tantissimi scalini che un tempo dovevano essere stati bianchi e davanti ad essi, davanti a me, il vuoto. Riconoscevo quel posto eppure non riuscivo a formulare nemmeno nella mia mente il suo nome, non riuscì nemmeno a collocarlo. Avevo perso tutto, non sapevo più niente e probabilmente non l’avevo mai saputo perchè non mi ero mai fermata ad osservare veramente. Mi voltai e alle mie spalle vidi una chiesa, mi era familiare, da piccola ci andavo con i miei nonni qualche volta ma nonostante il ricordo che avevo strappato alla mia memoria non riuscivo a comprendere. Mi alzai, feci quelle che sembravano mille scale, entrai nella chiesa ma non c’era nessuno, non un suono se non quello dei miei passi e del mio respiro affannato. Tornai fuori e mi guardai attorno: davanti a me un deserto di asfalto e cemento e  il suono di un pianoforte in lontananza che sembrava arrivare da un edificio vicino ma quando feci per scendere mi ricordai che davanti a me si estendeva il vuoto, una voragine. Tornai a sedermi, questa volta sull’ultimo gradino, come fossi a bordo di una piscina colma d’oscurità, con le gambe incrociate e con il viso nascosto tra le mani. Perchè ero lì? Perchè ero da sola? Perchè non ricordavo niente di quei luoghi? Cominciai a pensare che quell’oscurità mi avrebbe inghiottita perchè non c’era altra via d’uscita:  il vuoto nella chiesa, il vuoto sotto di me, nessuna via di fuga, nessuna speranza se non quella di prendere coraggio e andare giù insieme all’oscurità prima di cadere. Fu proprio in quel momento che provai una delle sensazioni più strane della mia vita: da piccola lamentavo sempre una cosa dei maglioni di lana, dicevo sempre che “pungessero”. Così in quel momento mi sembrò che un maglione di lana mi fosse scivolato tra le mani, sentivo pungere ma allo stesso tempo avvertivo calore, proprio come quando infili un maglione, pizzica ma poi ti lascia addosso quella sensazione piacevole che ti coccola fin quando lo hai addosso. Erano le tue mani, non ti avevo mai visto, ti avevo sempre e solo immaginato, avevo pensato sempre che non esistessi, che ti avessi costruito io nella disperata ricerca di qualcosa di bello da aspettare. La perfezione era lì, davanti a me, aveva il tuo volto, mi stringeva le mani e me le scaldava senza bisogno di parole o di gesti; dietro i tuoi occhi non c’era l’oscurità del vuoto ma un colore caldo che a differenza del sole riusciva a scaldare anche tutte quelle emozioni sopite che non avevo più riservato a nessuno. Ignoravo come avessi fatto a trovarmi e perchè, sapevo solo che eri lì e che mi avevi salvato da quel buio che in quei giorni mi stava trascinando via con sè.

No, non sono impazzita, purtroppo non mi è accaduto davvero! E’ solo il sogno di stanotte che ho stranamente ricordato, forse perchè non ricordo niente di più piacevole da un po’ e mi affascina sapere che in me ci sono ancora delle speranze che si manifestano così. La chiesa che ho sognato è questa qui, si trova in fondo alla via dove abito, molto in fondo diciamo, non la frequento da tempo, probabilmente da quando è morto il nonno, andavo con lui e la nonna a volte di pomeriggio a seguire la messa. Il perchè abbia sognato proprio quella non ve lo so dire sinceramente, ne so bene chi era lui; nel caso in cui lo dovessi scoprire, ovviamente, sarete i primi a beneficiare della scoperta.