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Clavicola

Ci sono parole belle, dotate di un proprio fascino, piacevoli alla pronuncia e che racchiudono una storia. Per me una di queste parole è appunto “clavicola” che deriva dal latino clavicula, propriamente piccola chiave, e che ovviamente è l’osso che congiunge la spalla al braccio. Come in tutte le mie assurde fissazioni non c’è un perchè razionale dell’attaccamento alle parole ma in questo caso qualche spiegazione c’è. La clavicola è un osso che secondo me parla molto delle persone: ci son persone a cui non si vede proprio, gente che ha l’osso così sporgente da risultare quasi spostato totalmente in avanti, quasi come fosse una chiave messa lì, da sostituire, con una nuova, rispettivamente della persona alla quale la propria ha dischiuso le porte del cuore. E’ un’idea assurda lo so.
Nello specifico la mia clavicola destra aprì le porte del cuore del medico che mi fece nascere e che tirandomi mi ruppe la clavicola. Quella rottura ha comportato tante cose nella mia vita, dai dolori cronici che mi porterò praticamente sempre dietro a cosa più piacevoli come praticare nuoto dai 2 ai 17 anni che in teoria  dovevano sistemare il “sistemabile”. La mia clavicola è stato l’unico osso del mio apparato scheletrico a rompersi due volte: la prima volta fisicamente e la seconda idealmente. La prima, come vi ho detto, appena nata (un inizio che doveva farmi capire che la goffaggine era nel mio dna) e la seconda quando dopo aver fatto aggrappare la sua mano alla mia chiave ossea sono stata lasciata andare via, quando sono stata interrotta, quando quel congiungimento della spalla, dei pensieri, delle lacrime accolte ha smesso di parlare per un po’ con il braccio, cioè l’agire, il rimettersi in moto. Cose del passato, cose che fanno di un osso una storia.

Eco

Il post l’ho scritto ascoltando questa, ve la consiglio. Buona lettura!
In questo incessante susseguirsi di eventi, più o meno piacevoli, destreggiandosi tra un sì o un no di troppo si cresce, si va avanti, si ama, si soffre e si condivide. La condivisione. Nel mio agglomerato di eventi, purtroppo, ben poche volte ho potuto gustare a pieno la condivisone delle mie piccole vittorie, dei miei risultati, delle mie paure e dei miei piccoli-grandi dolori. Non vivo come un’eremita, ho abbastanza amici degni di essere definiti tali e una famiglia che nonostante tutto non è mai mancata;  pur essendo questo il contesto, ogni qual volta mi trovavo al confine tra me e la condivisione me ne tornavo indietro o venivo rispedita al mittente. Molte volte per timidezza, anche da bambina, non dicevo ai miei genitori che avevo preso un buon voto, o che per la prof avevo fatto un tema bellissimo, non dicevo che un gesto mi aveva fatto rimanere male ai miei amici solo per non farli parlare e così via. Non sono una persona passiva ma determinate cose vissute mi hanno portato a chiudere in me gioie e dolori di cui potevo anche fare a meno di parlare. Questo, in un certo senso, mi ha insegnato a essere veramente felice o dispiaciuta per me stessa; non per gli altri ma unicamente per me. Tutta via in tutto questo macchinoso pensiero è sempre mancato un tassello: la gioia non è realmente tale se non è condivisa, condividerla per un traguardo non è un crimine e non implica necessariamente “vantarsi”. Ho sempre sentito solo l’eco dei miei sorrisi, l’eco delle mie lacrime e l’eco del tonfo che le cose che precipitano in fondo all’anima riescono a fare. E’ una tendenza che ho sempre avuto ma che si è concretizzata quando a 13 anni circa vinsi un concorso di poesia e i miei se ne infischiarono e dimenticarono non portandomi  mai a ricevere il premio, cosa di cui non m’interessava nulla in realtà (sono allergica ai discorsi in pubblico e all’essere al centro dell’attenzione…), quando non riuscivo a decidermi sul liceo al quale iscrivermi e non sapevo con chi parlare perchè avevo già sentito le mie amiche commentare e sussurare che il liceo scientifico “non era da Giorgia”, quando mi hanno detto di essere una delusione, quando volevo mollare tutto e andare via, quando invece di aiutarmi i miei stessi migliori amici mi hanno lasciata  sola, quando stavo male male male fisicamente e anche “lui” me lo rinfacciava quasi come fosse una colpa… Ne avrei di storie da raccontare ma il vittimismo non mi è mai piaciuto e non mi appartiene. Nonostante tutto sono qui, sono andata avanti, in certi casi avrei potuto far meglio ma mi ritengo una persona che se l’è cavata bene, probabilmente non ancora una donna a tutti gli effetti, ma di tempo ne ho e sapere cosa dover fare è già un buon punto di partenza. Certo, ancora mi do della stupida da sola e uso come infantile meccanismo di autodifesa quello del buttarmi giù e insultarmi ferocemente perchè ho quasi timore che lo faranno prima gli altri, ma ci sto lavorando e (non ditelo troppo in giro…) sto seriamente migliorando. Tornando al tortuoso discorso di prima, la condivisione. E’ questo che mi manca, che mi è mancato quasi sempre. Vorrei imparare, vorrei trovare le persone giuste e il modo di farlo bene con quelle che già costellano la mia esistenza. Vorrei qualcuno che mi dicesse “mollo tutto e parliamo”, qualcuno che finalmente riesca a trovare le istruzioni per leggermi dentro.

Foglietto illustrativo

Sono ben tre giorni che penso a questo post e son tre giorni che rimando. Ecco un mio talento: son bravissima a rimandare. Adesso ho deciso che il momento è proprizio; vi delizierò con un delle immagini che parlano di me. Non sono foto della mia faccia nè di altri miei organi, sono foto di oggetti banali che dietro hanno un significato più o meno profondo nella mia vita/storia/quellochevoletevoi. Cominciamo.
Questo è il mio moleskine, non uno qualunque ma il mio, sul mio letto. Non solo nero, non solo me, ma anche un po’ di quella me che si trova tra le righe, sul cuoricino rosa che non sembrerebbe da me, che ho apposto un po’ come speranza, come monito. Le pagine di questa sorta di “diario” sono macchiate di gioia, di felicità, piccole vittorie e altre hanno un po’ subito la furia umida delle lacrime. Una volta mi capitava di prendere e scrivere solo quando si palesava a me quella forma acerba di “male di vivere”, di tristezza, rabbia, solitudine che mi rimbombava in testa. Solo dopo ho capito che la via giusta era scrivere sempre, ogni volta, per creare una breccia in quel sentirmi sola, per ritrovarmi, in compagnia delle parole. Non dimenticherò mai il giorno in cui comprai il moleskine, in libreria, sotto una pila di libri per l’estate, il giorno dopo aver concluso gli esami di stato.  C’è tutto, ogni dettaglio più intimo che abbia accarezzato i miei pensieri, pensieri che mai nessuno ha letto.
Il tempo. Ore, minuti, secondi. Vivo il tempo in maniera del tutto personale e amo aver presente sempre che momento io stia vivendo, cosa che si è tradotta in una fissazione per gli orologi. Questo qui in in particolare “l’ho ereditato” dai miei genitori, sembra enorme ma non lo è, è solo un po’ strano. E’ l’orologio che mio padre regalò a mia madre quando ancora non erano nemmeno fidanzati e che loro hanno regalato a me quando ho fatto 20 anni (dopo non poche mie pressioni psicologiche) con un bigliettino che ovviamente non getterò mai: “con la speranza che tu non perda mai il tuo tempo… e con la speranza che tu riesca ad essere volontariamente non puntuale…”. Ovviamente per chi non mi conosce sembra che i miei genitori siano perfetti idioti ma in realtà il pensiero è per una come me, sempre puntuale ma che aspetta sempre gli altri; è la storia della mia vita. Una vita di attese e “solitudini immeritate” citando Benni.
La famosa sciarpa arcobaleno. Mia fedele compagna d’inverni, mia amica nei giorni d’allegria e alleata contro gli sguardi un po’ in bianco e nero della gente. Banalmente potrei dire che rappresenta la mia passione per le sciarpe ma in realtà rappresenta molto di più: per me è l’inverno, il freddo che amo e non temo, la ricerca del calore e bellissimi ricordi. Ricordi fiorentini, del mese dopo i miei 18 anni, del mio primo viaggio da sola in una città bellissima e di cui sono profondamente innamorata. Il concerto degli Oasis, la mia migliore amica, il mio primo viaggio in aereo e i mille colori di quell’anno speciale, l’anno della mia svolta, l’anno in cui mi sono dimostrata una persona forte, dopo la fine del mio primo e unico amore. Una sciarpa, probabilmente made in Chissàchepaese, forse infantile, forse troppo vistosa ma che fa parte della mia “bardatura” emotiva.
Sempre per la serie “foto che sembrano fatte a tutte le prime cose che hai visto attorno a te” vi presento i miei passi. Queste scarpe, consumate, vecchie, rotte, sporche e che mia madre ha tentato più volte di buttare nella spazzatura, sono state in tutti sensi i miei passi. Loro c’erano il giorno che ho visto il mio ex moroso la prima volta, quando invece di buttarmi tra le sue braccia gli diedi la mano per la timidezza che mi aveva liquefatto i neuroni, c’erano a Firenze, c’erano a Londra, c’erano a Parigi, c’erano ai miei esami di stato, all’esame che non passavo mai ma che poi ho passato, quando son salita su un bus a casaccio solo con l’ipod e il moleskine quando volevo staccare da tutto. Mi ricordano quanto strada ho fatto e quanta ancora me ne manca, che una volta fatta una scelta non si torna indietro ma al massimo si cambia strada e che la via più breve non è mai quella giusta. Lo so, è assurdo che io possa pensare a queste robe quando guardo un paio di scarpe che hanno fatto veramente anche la guerra del 15-18, ma l’immaginazione, o qualunque cosa voi vogliate attribuirmi, “galoppa”.
Ultima ma non meno importante la mia libreria, o meglio un pezzo di una delle due librerie. L’angolo non è scelto a caso, ovviamente. Ci sono i dvd di alcuni dei miei film preferiti che mi son fatta regalare o che mi hanno regalato nel corso del tempo, i libri di Harry Potter che hanno meritato uno scaffale tutto per loro e sono orgogliosamente in bella mostra dal momento che hanno segnato una fase importante della mia “vita da lettrice”, alcuni dei miei manga (quelli che mi son rimasti, visto che quelli più belli li ho persi nel trasloco, vedi Evangelion, vedi Paradise Kiss e non sto qui a continuare o mi sale la bile al cervello…), Le Cronache di Narnia che non sono mai riuscita a finire, una targhetta di legno comprata quando ero una mocciosetta di 13 anni in Puglia con la scuola al ritorno da un viaggio di 6 giorni traumatici in Grecia e poi giù alcuni dei libri che mi son piaciuti di più… Insomma rappresenta la me lettrice, quella che si vuole informare, conoscere, quella curiosa, quella che si annota le citazioni, la me che sogna e si nasconde dietro il segnalibro con la rana o dietro quello con la coccinella.
Potevo essere più lunga e più precisa ma esserlo per me comporta uno sforzo non indifferente che non sarei capace di compiere qui, così, davanti a tutti, per cui accontentatevi di queste cinque (ma in realtà di più) cose che ho voluto condividere in modo tale che possiate capire certe mie frasi, certe allusioni e perchè no, qualcosa di me. Un foglietto illustrativo (e illustrato) su Giorgia, un insolito miscuglio di caffeina e valeriana.

Anime specchio

Siamo tanti, tantissimi specchi.
Ogni volta che qualcuno ci si presenta davanti abbiamo due possibilità: vederci specchiati o vedere qualcosa di nuovo, di sconvolgente.
Quella novità, secondo me, rappresenta l’amore. Tra le mie tante discutibili teorie, ho pensato che la persona che amiamo, di cui c’innamoriamo e via dicendo è una sorta di specchio che riflette non quello che siamo ma bensì quello che meritiamo, che valiamo. Badate bene, così non intendo dire che siamo tutti dei piccoli Narciso in erba, bisognosi del riconoscimento altrui.
E’ anche nello  scoprire l’altra persona che scopriamo noi stessi.
Se quella persona, così perfetta, così unica, speciale, ha scelto noi un motivo ci sarà. I criteri, ovviamente, non sono esatti, non saprò mai dire con precisione perchè riusciamo ad essere sconvolti da un riflesso, come ci si fa ad innamorare di esso e perchè ma suppongo che fondamentalmente sia una questione di luce.
La luce che vediamo “nell’altro” non ha niente di speciale da un punto di vista oggettivo, semplicemente è di quella che abbiamo bisogno, è l’unico bagliore che riesce a guidarci e a indicare la via della felicità.
Questa idea delle anime specchio è probabilmente un nonsense dettato dalla stanchezza e dall’ora tarda ma è consolante pensare che ognuno di noi abbia un “riflesso” nascosto fra sei miliardi di persone che aspetta per farci vedere in che modo brilli la felicità.

Impressioni di settembre

Settembre è stato un oceano di parole. Parole dette, non dette, vagamente pensate, ascoltate, lette o solo sognate.
Settembre è stato una pioggia di virgole, una grandinata di punti e una nevicata di asterischi. Un susseguirsi di fredda grammatica della vita, intrappolata nella routine silenziosa sotto una lente d’ingrandimento.
Settembre è stato una presa di coscienza, capire che per fortuna non sono stati inculcati in me tutti quei preconcetti, quei luoghi comuni che sono i pilastri dell’esistenza della gran parte delle persone.
Settembre è stato il mese delle porte chiuse in faccia, dei portoni spalancati e della vecchia casa disabitata che viene ristrutturata, su basi nuove, sempre le stesse, ma nuove. Fondamente confuse, che profumano di passato, di futuro e di ignoto.
Settembre è stato i miei occhi, la mia bocca, il mio naso e le mie orecchie. Ho assaporato gli eventi attraverso il suo velo autunnale, ho visto la vita scorrere, perdersi e ritrovarsi dopo gli ultimi resti di un’estate che doveva cambiare tutto e invece ha fossilizzato le situazioni.
Settembre è stato Giorgia, è stato me. Senza capo nè coda, illuso, confuso, ansioso e uggioso.
Giorgia è stata settembre: un bilancio, un’impressione, un’idea.

il nodo del disordine

Nella mia camera c’è un disordine inaudito. Non sono una persona disordinata, anzi, ma ogni volta che io non sono tranquilla e completamente serena il mio stato mentale si traduce in qualcosa di fisicamente tangibile come, in questo caso, il disordine. Ovviamente la maggior parte della popolazione mondiale direbbe che la stanza è ordinata e a parte due o tre cose messe a casaccio non c’è niente che non vada, ma un occhio esperto come il mio “sgama” subito cosa c’è al posto sbagliato. Comincio dai libri: quelli che ho preso o letto per ultimi sono messi alla fine della fila sulla mensola e non seguono l’ordine che avevano prima. Alcuni cavetti usb (che no, non ho usato per tentare lo strangolamento) e cuffiette dell’ipod sul comodino accanto a “Il grande Gatsby” che per la millesima sera di fila non ho voluto finire. Il libro per l’esame sulla scrivania, chiuso, ma con evidenziatori e matite sparpagliati sul piano. L’immagine non rassenta un’irreprensibile studentessa IN sede ma non potendo mettere materialmente ordine nella mia testa lascio tutto così, perchè forzare le cose non è giusto. E’ come un nodo: il nodo va sciolto, non tagliato, perchè tagliandolo il vero legame si spezza e si presuppone un nuovo nodo, un nuovo filo, tante volte un inizio diverso. La risposta è in me ma anche di fronte a me. Nel momento in cui senza nemmeno pensarci ristabilirò un ordine nelle cose allora avrò la mia risposta.
(Sono consapevole che questo discorso sa di “acqua calda per l’anima” ma l’autoconvincimento a volte serve, specialmente alle 2 di notte quando la testa frulla i pensieri e cerca d’imporli al posto del sonno.)

Acme

Prima o poi si giunge ad un punto dopo il quale anche un cervello preparato come il mio a reprimere tutto, non regge più. Era il cervello o forse il cuore? Non ne ho idea. Mi sento solo confusa come mai e con un muscolo cardiaco in puro piombo massiccio.
Sto male? Sto bene? Ahhh! Anche le piccole certezze sono state spazzate via. Domani probabilmente mi domanderò come mi chiamo, lo so già.