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Foglietto illustrativo

Sono ben tre giorni che penso a questo post e son tre giorni che rimando. Ecco un mio talento: son bravissima a rimandare. Adesso ho deciso che il momento è proprizio; vi delizierò con un delle immagini che parlano di me. Non sono foto della mia faccia nè di altri miei organi, sono foto di oggetti banali che dietro hanno un significato più o meno profondo nella mia vita/storia/quellochevoletevoi. Cominciamo.
Questo è il mio moleskine, non uno qualunque ma il mio, sul mio letto. Non solo nero, non solo me, ma anche un po’ di quella me che si trova tra le righe, sul cuoricino rosa che non sembrerebbe da me, che ho apposto un po’ come speranza, come monito. Le pagine di questa sorta di “diario” sono macchiate di gioia, di felicità, piccole vittorie e altre hanno un po’ subito la furia umida delle lacrime. Una volta mi capitava di prendere e scrivere solo quando si palesava a me quella forma acerba di “male di vivere”, di tristezza, rabbia, solitudine che mi rimbombava in testa. Solo dopo ho capito che la via giusta era scrivere sempre, ogni volta, per creare una breccia in quel sentirmi sola, per ritrovarmi, in compagnia delle parole. Non dimenticherò mai il giorno in cui comprai il moleskine, in libreria, sotto una pila di libri per l’estate, il giorno dopo aver concluso gli esami di stato.  C’è tutto, ogni dettaglio più intimo che abbia accarezzato i miei pensieri, pensieri che mai nessuno ha letto.
Il tempo. Ore, minuti, secondi. Vivo il tempo in maniera del tutto personale e amo aver presente sempre che momento io stia vivendo, cosa che si è tradotta in una fissazione per gli orologi. Questo qui in in particolare “l’ho ereditato” dai miei genitori, sembra enorme ma non lo è, è solo un po’ strano. E’ l’orologio che mio padre regalò a mia madre quando ancora non erano nemmeno fidanzati e che loro hanno regalato a me quando ho fatto 20 anni (dopo non poche mie pressioni psicologiche) con un bigliettino che ovviamente non getterò mai: “con la speranza che tu non perda mai il tuo tempo… e con la speranza che tu riesca ad essere volontariamente non puntuale…”. Ovviamente per chi non mi conosce sembra che i miei genitori siano perfetti idioti ma in realtà il pensiero è per una come me, sempre puntuale ma che aspetta sempre gli altri; è la storia della mia vita. Una vita di attese e “solitudini immeritate” citando Benni.
La famosa sciarpa arcobaleno. Mia fedele compagna d’inverni, mia amica nei giorni d’allegria e alleata contro gli sguardi un po’ in bianco e nero della gente. Banalmente potrei dire che rappresenta la mia passione per le sciarpe ma in realtà rappresenta molto di più: per me è l’inverno, il freddo che amo e non temo, la ricerca del calore e bellissimi ricordi. Ricordi fiorentini, del mese dopo i miei 18 anni, del mio primo viaggio da sola in una città bellissima e di cui sono profondamente innamorata. Il concerto degli Oasis, la mia migliore amica, il mio primo viaggio in aereo e i mille colori di quell’anno speciale, l’anno della mia svolta, l’anno in cui mi sono dimostrata una persona forte, dopo la fine del mio primo e unico amore. Una sciarpa, probabilmente made in Chissàchepaese, forse infantile, forse troppo vistosa ma che fa parte della mia “bardatura” emotiva.
Sempre per la serie “foto che sembrano fatte a tutte le prime cose che hai visto attorno a te” vi presento i miei passi. Queste scarpe, consumate, vecchie, rotte, sporche e che mia madre ha tentato più volte di buttare nella spazzatura, sono state in tutti sensi i miei passi. Loro c’erano il giorno che ho visto il mio ex moroso la prima volta, quando invece di buttarmi tra le sue braccia gli diedi la mano per la timidezza che mi aveva liquefatto i neuroni, c’erano a Firenze, c’erano a Londra, c’erano a Parigi, c’erano ai miei esami di stato, all’esame che non passavo mai ma che poi ho passato, quando son salita su un bus a casaccio solo con l’ipod e il moleskine quando volevo staccare da tutto. Mi ricordano quanto strada ho fatto e quanta ancora me ne manca, che una volta fatta una scelta non si torna indietro ma al massimo si cambia strada e che la via più breve non è mai quella giusta. Lo so, è assurdo che io possa pensare a queste robe quando guardo un paio di scarpe che hanno fatto veramente anche la guerra del 15-18, ma l’immaginazione, o qualunque cosa voi vogliate attribuirmi, “galoppa”.
Ultima ma non meno importante la mia libreria, o meglio un pezzo di una delle due librerie. L’angolo non è scelto a caso, ovviamente. Ci sono i dvd di alcuni dei miei film preferiti che mi son fatta regalare o che mi hanno regalato nel corso del tempo, i libri di Harry Potter che hanno meritato uno scaffale tutto per loro e sono orgogliosamente in bella mostra dal momento che hanno segnato una fase importante della mia “vita da lettrice”, alcuni dei miei manga (quelli che mi son rimasti, visto che quelli più belli li ho persi nel trasloco, vedi Evangelion, vedi Paradise Kiss e non sto qui a continuare o mi sale la bile al cervello…), Le Cronache di Narnia che non sono mai riuscita a finire, una targhetta di legno comprata quando ero una mocciosetta di 13 anni in Puglia con la scuola al ritorno da un viaggio di 6 giorni traumatici in Grecia e poi giù alcuni dei libri che mi son piaciuti di più… Insomma rappresenta la me lettrice, quella che si vuole informare, conoscere, quella curiosa, quella che si annota le citazioni, la me che sogna e si nasconde dietro il segnalibro con la rana o dietro quello con la coccinella.
Potevo essere più lunga e più precisa ma esserlo per me comporta uno sforzo non indifferente che non sarei capace di compiere qui, così, davanti a tutti, per cui accontentatevi di queste cinque (ma in realtà di più) cose che ho voluto condividere in modo tale che possiate capire certe mie frasi, certe allusioni e perchè no, qualcosa di me. Un foglietto illustrativo (e illustrato) su Giorgia, un insolito miscuglio di caffeina e valeriana.

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Non tutto è perduto

Lo sai che mi sta succedendo? Ti è mai capitato di essere salda in un punto fisicamente ma non mentalmente? Io adesso sono così. Sono qui, sono a casa mia, sono sul mio letto a scriverti ma sento la mia testa altrove, a viaggiare ad una velocità superiore a quella del mio corpo e a infarcirsi di pensieri futuri nati da idee improbabili, da progetti che forse non vedranno mai la luce e rimarranno sempre tali. Nella mia testa sono stata in così tanti posti, ho letto così tanto, ho scritto oceani e ascoltato tutti i concerti della natura. Poi però afferro la mia clavicola e mi ancoro di nuovo a terra, di nuovo al presente perchè per quanto noioso sia è quello che deve essere vissuto, magari come un preludio della più completa felicità, chi lo sa. Per felicità intendo quella vera, non quella che nasce e muore nello scoppio di un secondo che quasi tutti viviamo ogni giorno anche per motivazioni banali, io ti parlo di quella che nasce dallo scoprirsi grazie a occhi diversi da quelli riflessi nello specchio, da occhi che non conosci, che devi ancora incontrare e già parlano di te. Sembra che io stia vaneggiando ma è una sensazione che non so spiegarti altrimenti. Ora sto vivendo questa situazione che prima mi aveva solo confuso armata solo di un sorriso vero, forse un po’ dubbioso, come quello di chi sta per partire per una “missione” ma ha ancora un po’ di paura. Ne avrai visti tanti come me e chissà quanti ancora ne vedrai, la mia unica speranza è che tu veda quel sorriso tramutarsi nello scoppio di felicità più intenso e bello che il cielo e tutte le tue colleghe stelle ricordino. Ho fiducia in te Luna, se son andata oltre la confusione e lo sconforto iniziale forse lo devo a te che hai illuminato il sentiero forse più lungo ma più sicuro. Non tutto è perduto. Grazie per l’ennesimo ascolto amica mia, buonanotte.

Sì, in quella foto sono io. Anche se è tutta mossa e sfocata rendeva l’idea del movimento “mentale” e dell’immobilità fisica, per cui, anche se fa schifo cercate di sopportarla.

fiori nel cemento

Non è da molto che mi ritengo un po’ cresciuta. Penso di aver 20 anni e di essere una persona abbastanza matura, soprattutto se paragonata ad altri miei coetaneai. E’ da poco che riesco a comprendere veramente il valore delle piccole cose, apprezzarle per davvero, non solo perchè lo dicono altri e potrà sembrare ridicolo ma ritengo che in tutto ciò ci sia una crescita, come se un piccolo tulipano rosa spuntasse nel bel mezzo del cemento. Avevo sempre creduto, e mi avevano fatto credere, di essere una persona arida, che probabilmente non si sarebbe mai abbandonata ai sentimenti e alle proprie emozioni. Ed eccomi. Sono sul terrazzo, da una parte il moleskine e dall’altro un libro di poesie, in pace con il mondo, con me stessa, a pensare che anche se vivo in un mondo paradossale c’è ancora qualcosa di bello, qualcosa di così piccolo e intimo, da vivere anche in solitudine: il sole, ormai calante, che continua fiducioso a riscaldare la pelle mentre viene avvolto dal mare che ha indossato il suo vestito più elegante per la sera, l’odore della salsedine e il rumore del traffico solo come un lontano ricordo. Tutto questo mi fa essere positiva, anche se continua quella strana sensazione, quella che ti accompagnerà sempre fino all’acme della felicità, come se in fondo al cuore mancasse qualcosa, quasi fosse privo di un pezzo. Ho rincorso per tanto quel “difetto” dimenticando di guardare il resto del mondo, sempre alla ricerca di qualcosa, vivendo con la convinzione che sarei poi potuta tornare indietro a godere di tutti gli spettacoli persi come se ci potesse essere una replica. E’ per questo che è nato quel fiore nel cemento, per dire basta, per non rimandare, per fermarsi, capire e amare.

mi sembra giusto condividere con voi la vista dal mio terrazzo 😉